Organismi di Comunione

GRUPPO PRANZI

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PARROCCHIA DI

SAN CAMILLO DE LELLIS

 

Ovviamente è ben nota a tutti noi la similitudine del pastore e del gregge di pecore, usata da Gesù. È un’immagine antica quanto il mondo. Familiare al popolo di Israele, per molti secoli nomade. Non troppo lontana anche da noi (anche se forse alcuni qui, essendo nati in città, non hanno mai incontrato un gregge).
Non ha dunque un’accezione negativa, come ha assunto oggi: essere paragonati a un gregge di pecore vuol dire essere incapaci di pensare con la propria testa, delegare le proprie responsabilità, ecc.
Di solito si fissa l’attenzione sulla figura principale: il pastore.  Sappiamo che è Gesù stesso quel buon pastore (anzi “bel pastore” nell’originale greco, kalós – kalós kai agathós: bello e buono, cioè “che possiede tutte le virtù”). È lui che si prende cura delle sue pecore, le custodisce, le conosce e chiama per nome, le conduce a pascoli abbondanti e sicuri e ricchi di acqua.
Ma è opportuno anche richiamare gli altri protagonisti del racconto. Anzitutto i cattivi pastori, i mercenari, chiamati da Gesù “estranei”, “ladri”, “briganti”. Molti chiedono la nostra fiducia, chiedono di essere seguiti, in cambio di promesse di felicità, o di giustizia sociale, o di un mondo migliore… ma in realtà pensano solo a trarre vantaggi personali, facendosi magari forti del numero di coloro che li seguono. Promettono ricchezze, paradisi artificiali, bellezza e ricchezza, realizzazioni personali fulminee e senza fatica… Ma troppo spesso sono solo imbroglioni, oppure promettono un mondo migliore che in realtà non sanno dare.
Ad essi non interessa veramente la sorte di coloro che li seguono, il vero bene comune delle pecore, ma approfittano della situazione sapendo che, per male che andrà, riusciranno sempre a cavarsela, a cadere in piedi, ad uscirne alla meno peggio, a smorzare gli scandali, a insabbiare tutto…
E gli altri protagonisti della similitudine…  siamo noi. Non dobbiamo pensare al senso negativo nel sentirci chiamare “pecore”. Possiamo pensare ad un gruppo di persone guidate da un leader. Ma non cambia la sostanza. E cioè che non solo il pastore ha dei doveri verso le pecore (e Gesù certo il suo dovere lo fa bene, non mancando di fare tutta la sua parte), ma anche le pecore hanno dei doveri verso il pastore.
Gesù dice: le pecore ascoltano la sua voce, lo conoscono e lo seguono. Di fronte ai falsi e cattivi pastori che ci rivolgono i loro richiami, dobbiamo avere la lucidità di riconoscere la voce di Cristo, di conoscere ciò che egli ci chiede, di fidarci di lui e di seguirlo: che significa praticare lo stile di vita che egli ci propone.
“Un estraneo invece non lo seguiranno”.  E tutto questo nella fiducia che accettare di fare il cammino della nostra vita decidendo di seguire Cristo, non significherà rinunciare alla nostra libertà, alle aspirazioni più belle e profonde… Anzi Gesù stesso precisa, a conclusione del brano evangelico (ed è una delle parole per me più belle dell’intero Vangelo): “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Promette a chi lo segue la felicità!
È Gesù il buon pastore. Ma lui si serve di collaboratori, di altri pastori, aiutanti, che cooperino con lui a condurre il popolo cristiano alla realizzazione piena della vita. Occorre che ci meritiamo pastori buoni e fedeli, che siano vere immagini di Cristo-buon-pastore. Per questo siamo chiamati a pregare oggi per le vocazioni e, fra queste, per le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Perché Dio non ci faccia mancare pastori “pieni di tutte le virtù”.