
Stiamo continuando a leggere da qualche domenica il cap. 10 del vangelo di Matteo, con le istruzioni che Gesù dà al gruppo dei dodici apostoli inviandoli in missione.
Nella parte ascoltata oggi, l’evangelista raccoglie alcune parole di Gesù pronunciate probabilmente in altro contesto, rivolte non solo ai Dodici ma a chiunque voglia seguirlo e diventare suo discepolo.
Ai molti che accorrevano a lui per ascoltarlo e per assistere a qualche suo miracolo strepitoso, Gesù presenta esigenze radicali, che ci possono stupire e metterci a disagio. Chi antepone gli affetti familiari a me, non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di essere mio discepolo. Chi pensa di mettere al sicuro la sua vita senza di me, la perderà.
Qui misuriamo la distanza tra una mentalità semplicemente umana, dettata dal buon senso, e la proposta di vita del Vangelo, certamente impegnativa ma che in definitiva non si contrappone al nostro vero bene e alla nostra più piena realizzazione.
Vediamo più da vicino le prime tre dichiarazioni di Gesù.
Nella prima ci dice che la scelta di essere suoi fedeli discepoli va anteposta a tutto, e a volte può incontrare la disapprovazione anche delle persone a noi più vicine, quelle a cui siamo uniti da legami di sangue. Nelle comunità cristiane dei primi tempi succedeva a volte che chi si convertiva al cristianesimo incontrasse il rifiuto e perfino la denuncia da parte dei suoi stessi familiari. Gesù certo non ci invita a sminuire i legami di affetto con i nostri familiari. Dire di voler amare il prossimo, senza cominciare anzitutto da chi ci è più vicino, dai nostri cari, sarebbe una farsa. Ma può succedere anche oggi che il modo di pensare e di agire proposto da Gesù, restare coerenti con i valori della fede cristiana, non sia condiviso da chi ci vive accanto, familiari, amici, compagni di lavoro. Occorre coraggio e determinazione a decidere di vivere da cristiani in un mondo che la pensa in altro modo.
La seconda dichiarazione di Gesù è tra le frasi più conosciute del Vangelo: chi non prende la sua croce e non mi segue, non è mio vero discepolo. Qui Gesù non si riferisce genericamente alle “croci”, cioè alle prove e sofferenze per cui tutti dobbiamo passare nella vita. Ma a quelle più specifiche che riguardano la fedeltà ai valori del Vangelo. Non è facile voler bene a tutti, anche a chi non lo meriterebbe; perdonare chi ci fa qualche torto; addirittura amare e pregare per chi ci fa del male; astenerci dal giudicare gli altri; dare per primi senza attendere il contraccambio; essere misericordiosi; accogliere e aiutare chi è povero o fragile… Ma questo è il modo di vivere e di agire proposto da Gesù.
La terza dichiarazione non è facile da capire a una prima lettura: “Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà”. Mi pare che Gesù intenda: chi crede di salvarsi pensando solo a se stesso, godendo della vita senza pensare agli altri, fallirà. Ma poi segue una promessa: “e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. Praticare gli insegnamenti del Vangelo è certamente impegnativo, ma aiuta a vivere meglio, a sperimentare una felicità più stabile e duratura, la realizzazione più piena di sé.
Infine l’ultimo versetto ci è di consolazione, perché non abbiamo a spaventarci o scoraggiarci. Vivere da discepoli di Gesù e del Vangelo raramente richiede gesti eroici, fino alla perdita della vita. Non occorre essere superuomini o superdonne. Più spesso si tratta di gesti d’amore e di aiuto anche semplici, quotidiani, come offrire un bicchiere d’acqua fresca a chi ha sete, i piccoli gesti d’amore che possiamo ogni giorno esprimere a chi incontriamo.
Basta cominciare da lì.