
Mt 22,15-21 (domenica 18/10)
L’episodio appena ascoltato nel Vangelo va collocato nel contesto della continua, dura polemica e contrapposizione fra Gesù e i capi religiosi (farisei, teologi, sacerdoti …).
Poco prima aveva scacciato i venditori dal tempio, e lo avevano contestato: con che autorità fai questo? Poi Gesù aveva raccontato la parabola dei vignaioli omicidi, concludendo rivolto proprio a loro: “Vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato ad altri che porteranno frutti di bene”.
Perché questa continua disputa tra Gesù e i capi religiosi?
Certamente erano invidiosi del suo successo. Poi perché criticava una religione formalistica ed esteriore, troppo rigida e disumana. Loro erano i “professionisti” dell’osservanza scrupolosa delle leggi religiose, ma erano lontani dal popolo, dai poveri, pensavano solo ai loro interessi. Quella proposta da loro era una religione che opprime, spaventa con la minaccia dei castighi di Dio. Invece Gesù annuncia un volto di Dio misericordioso, che sta dalla nostra parte, specie dalla parte degli ultimi, dei sofferenti, degli esclusi. Porta un annuncio di amore, di gioia e di vita piena. A questo deve servire la religione!
Dopo questi duri attacchi contro di loro, avrebbero voluto arrestarlo, ma temevano la reazione della folla, che era ammirata dai miracoli e dagli insegnamenti di Gesù e lo consideravano un grande profeta, un inviato da Dio. Decidono dunque di tendergli un tranello, per fargli perdere la stima del popolo e poterlo accusare.
Ecco la domanda-trabocchetto: è giusto o no pagare le tasse all’imperatore di Roma?
In che cosa consiste il trabocchetto? Se avesse risposto che era giusto pagare le tasse a Roma, avrebbe perso la stima di quei poveri contadini e pastori che si sentivano oppressi dalle tasse e che avevano riposto in lui la loro speranza di riscatto. Se avesse risposto negativa-mente, potevano accusarlo di ribellione a Roma e di incitare alla disobbedienza.
La risposta di Gesù è lapidaria, una delle sue frasi più conosciute e più citate in tutta la storia: “Rendete a Cesare…”.
L’interpretazione tradizionale era che fosse doveroso anche per i cristiani rispettare le leggi civili giuste, in particolare pagare le tasse per provvedere al bene comune, a garantire i servizi di pubblica utilità. Ma questa lettura è riduttiva.
Gesù non sta pensando alla contrapposizione fra due poteri, quello di Dio e quello dell’imperatore. Non c’è paragone. Lui conosceva bene e ricordava le parole del salmo 24: “Al Signore appartiene la terra e tutto ciò che contiene, l’intero universo e i suoi abitanti”. E anche le parole appena ascoltate nella prima lettura: “Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è dio”.
Se le imposte sono dovute, vanno pagate.
Ma più importante è “dare a Dio quel che è di Dio”. Dio viene prima di tutto, prima di qualsiasi potere umano. È un Padre che ci ama e vuole che viviamo da suoi figli e figlie, fratelli e sorelle fra noi. Tutti i suoi figli gli stanno a cuore, specialmente i più deboli, i poveri, chi soffre per le ingiustizie. La loro vita, la loro dignità e felicità non vanno sacrificate a nessun potere. Né alle dittature politiche, né alla dittature economiche, che spesso opprimono proprio i deboli e i poveri, rendendoli sempre più poveri e lasciati in condizioni disumane di vita.
Oggi mi posso interrogare nella sincerità della mia coscienza: io mi dichiaro credente in Dio, seguace di Gesù Cristo. Do a Dio il tempo dovuto, coltivo la mia relazione di figlio con lui? E prendo sul serio e metto in pratica gli insegnamenti di Gesù?
