V° domenica Quaresima
Nella prima lettura abbiamo ascoltato un passo del libro di Ezechiele dove si annuncia una promessa di Dio: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe”. Il profeta si rivolge ai deportati a Babilonia (siamo nel 6° sec. a.Cr.) che erano come “morti” perché avevano perso la speranza di fare ritorno alla loro patria. Non sta parlando di risurrezione, ma della promessa che Dio presto aprirà la “tomba” del loro esilio e finirà la loro schiavitù con il ritorno a casa.
Queste parole si avverano pienamente con Gesù. Questo strepitoso miracolo da lui compiuto facendo uscire vivo dalla tomba l’amico Lazzaro realizza quell’antica promessa di Dio.
È curioso che gli altri tre evangelisti non abbiano raccontato questo miracolo di Gesù. Hanno comunque raccontato altri resusci-tamenti: la figlia di Giairo, il bambino figlio della vedova di Nain.
Nel capitolo precedente Giovanni aveva riportato queste parole di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Pochi giorni dopo restituisce la vita all’amico Lazzaro morto da quattro giorni.
Questo lungo racconto, che abbiamo ascoltato tante volte, sempre ci sorprende. Da una parte, mai abbiamo visto Gesù così umano, addirittura fragile e affettuoso come in questa occasione di fronte alla morte di uno dei suoi amici più cari. Dall’altra parte, mai è così esplicito nel chiederci di credere alla sua potenza di salvatore: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”.
Gesù non nasconde il suo affetto verso questi tre amici che lo ospitavano quando passava per Gerusalemme. Quando lo informano che il suo amico Lazzaro è gravemente malato, Gesù si dirige verso il piccolo villaggio di Betania, dove trova una famiglia spezzata dal dolore della morte. Anch’egli non può resistere, resta profondamente turbato e scoppia a piangere. Che bello questo Gesù vero uomo in tutto simile a noi… Anche lui ha sperimentato il nostro turbamento, la nostra impotenza di fronte alla morte.
Sentiamo un desiderio immenso di vita, di felicità… e poi la morte ci pone davanti alla cruda realtà che la vita è fragile, non è per sempre. Anche noi, pur sorretti dalla fede e dalla speranza della vita futura che il Signore ci ha promesso, non abbiamo ricette magiche, non siamo esenti dalle domande, sperimentiamo come altri la paura e la tristezza della morte.
Proprio di fronte a questa esperienza tragica, Gesù ci ripete: a chi crede in me io prometto che la morte non sarà l’ultima parola dell’esistenza, ma una porta che introduce a un’altra vita, diversa ma altrettanto reale, dove saremo per sempre con quel Dio nel quale crediamo e delle cui promesse ci fidiamo.
Certo risuona sempre forte la domanda fatta da Gesù all’amica Maria: tu ci credi?
È meno difficile credere, accogliere le parole di Gesù, gli insegna¬menti del Vangelo quando stiamo bene e la vita è piena di cose belle. Più duro credere quando ci scontriamo con la sofferenza, in noi e attorno a noi, e con l’ultimo muro della morte. Allora nascono domande, dubbi…
Il card. Martini nel 1987 inaugurando a Milano le “Cattedre dei non credenti” ha detto: “Ciascuno di noi ha in sé un credente e un non credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me, e viceversa. La chiarezza e la sincerità di tale dialogo sono sintomo di una raggiunta maturità umana”.
La fede non è semplice accettazione acritica di un certo numero di verità che ci sono state insegnate. È anzitutto un atto di fiducia in una persona, Cristo, che ci propone di fidarci di lui e accogliere le sue parole. Senza smettere di porci domande anche inquietanti. Ma con la certezza che le risposte che troviamo nella persona di Cristo e nel suo insegnamento non ci deluderanno, ma ci faranno sperimentare la pienezza della vita già su questa terra e poi un giorno la vita eterna.
“Credi tu questo?”

